La dottoressa Alessia Todeschini, medico gastroenterologo, da circa tre anni fa parte del gruppo di lavoro dell’unità specializzata nella cura e nel trattamento delle malattie infiammatorie croniche dell’intestino IBD Unit di Negrar. In questa intervista affronta, in particolare, il tema degli esami endoscopici e della diagnosi.
Alessia Todeschini è tanto gentile quanto ferma nel modo di esprimersi, sa che le parole in ambito medico sono cariche di responsabilità, soprattutto nel trattare temi delicati e cari ai pazienti.
Se dovesse tracciare un primo bilancio di questi quasi tre anni di lavoro, cosa ne trarrebbe?
Un’esperienza umana e professionale di grande valore. Esercitare la professione medica all’interno di un centro specializzato in malattie croniche richiede continuità e attenzione costante. La collaborazione con una squadra eccelente, l’interazione quotidiana con i pazienti e la possibilità di contribuire a un contesto clinico di alto livello rappresentano elementi di crescita rilevanti.
Qual è il suo ruolo, di cosa si occupa?
La mia specializzazione in gastroenterologia e la mia successiva formazione al Policlinico di Bari, presso l’ambulatorio M.I.C.I., sono state orientate immediatamente alle malattie infiammatorie croniche dell’intestino. Da quando sono arrivata a Negrar mi occupo di esami endoscopici, diagnostica e studi clinici.
Che tipo di esami in particolare?
Le procedure che seguo con maggior frequenza sono senza dubbio gli esami endoscopici: ne eseguo circa una sessantina al mese. Mi occupo anche di videocapsula endoscopica, esami che ammontano circa a cinquanta l’anno. Per quanto figuarda l’ecografia delle anse intestinali, ho conseguito un master teorico-pratico e sto perfezionanto la metodica, prevedo nel prossimo futuro di integrare anche questa metodica nella nostra attività clinica.
Partiamo dall’endoscopia, come ci si prepara, a cosa serve?
Per eseguire correttamente un esame endoscopico è fondamentale una preparazione adeguata. Il paziente deve seguire indicazioni dietetiche che facilitino la pulizia intestinale e osservare un digiuno di almeno otto ore da cibi solidi. Questo ci consente di avere una visualizzazione ottimale delle mucose intestinali e quindi di aumentare l’accuratezza diagnostica dell’esame. L’endoscopia è uno strumento essenziale nella nostra pratica clinica: ci permette di individuare patologie come emorragie digestive, polipi, tumori, ma anche – e soprattutto nel mio ambito – malattie infiammatorie croniche intestinali, come la rettocolite ulcerosa e la malattia di Crohn. Potremmo definirla una sorta di “istantanea” ad alta definizione dello stato dell’intestino, che ci offre informazioni preziose per orientare diagnosi e decisioni terapeutiche.
Informazioni e approfondimenti di che genere?
Gli esami endoscopici possono essere utilizzati in diverse fasi del percorso diagnostico e terapeutico. può avere diversi obiettivi, a seconda del contesto clinico. Possono essere utilizzati per confermare una diagnosi, valutare l’efficacia di una terapia in corso o rilevare eventuali complicanze come la sovrainfezione da Citomegalovirus.Può inoltre essere impiegata nella sorveglianza del rischio del cancro del colon-retto, un aspetto particolarmente rilevante nei pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali di lunga durata, come la rettocolite ulcerosa o la malattia di Crohn con interessamento colico. In questi casi, l’infiammazione cronica della mucosa intestinale può aumentare nel tempo il rischio di sviluppare displasie o neoplasie. Per questo motivo, seguiamo protocolli di sorveglianza endoscopica mirata, che prevedono l’utilizzo di tecniche avanzate come la cromoendoscopia, in grado di evidenziare con maggiore precisione eventuali alterazioni precoci della mucosa. Questo approccio ci consente di individuare lesioni sospette in fase iniziale, quando possono essere trattate in modo tempestivo e conservativo, riducendo così il rischio di progressione verso forme tumorali avanzate. La prevenzione e la diagnosi precoce in questo ambito sono fondamentali e rappresentano una parte integrante della presa in carico a lungo termine del paziente con IBD.
Ad un profano l’esame con video capsula appare un po’ come fantascienza. Di cosa si tratta?
In realtà non ha nulla a che fare con la fantascienza, ma è uno strumento diagnostico molto concreto e utile, che conosco da tempo. Mi ero già occupata di videocapsula durante la specializzazione, approfondendone l’utilizzo e le potenzialità. Quando sono arrivata a Negrar, ho proposto al dottor Geccherle di introdurre questa metodica all’interno del Centro, ricevendo pieno supporto. Da due anni è entrata stabilmente nella nostra attività clinica. È un esame che seguo personalmente in tutte le sue fasi: dalla preparazione del paziente alla refertazione.

Come si prepara?
La preparazione all’esame con videocapsula prevede l’adozione di una dieta priva di scorie nei giorni precedenti, molto simile a quella richiesta per la colonscopia. L’obiettivo è garantire una buona pulizia intestinale, in modo che le immagini acquisite siano il più possibile nitide e interpretabili. Esistono diverse tipologie di videocapsula, a seconda della finalità diagnostica.
Per esempio?
Utilizziamo la videocapsula in due contesti principali.Il primo è la valutazione di un’anemia e/o di un sanguinamento di origine sconosciuta, in pazienti nei quali le indagini endoscopiche – gastroscopia e colonscopia – non evidenziano fonti di sanguinamento. In questi casi, la videocapsula ci consente di esplorare il piccolo intestino alla ricerca di lesioni vascolari, ulcerazioni, polipi o altre cause di sanguinamento.Il secondo ambito è la malattia di Crohn, soprattutto nei casi in cui vi sia il sospetto di un coinvolgimento dell’intestino tenue non documentabile con altre metodiche. Questo può avvenire, ad esempio in pazienti con sintomi compatibili ma con esami endoscopici negativi. In questi scenari, la videocapsula è molto utile per valutare la presenza, l’estensione e la distribuzione delle lesioni mucosali, purché vi sia una ragionevole sicurezza che non ci siano stenosi rilevanti, per evitare il rischio di ritenzione della capsula.
Come funziona?
Il giorno dell’esame, il paziente si presenta in ambulatorio dopo aver seguito la preparazione dietetica indicata. Gli viene applicata una fascia addominale con un registratore, che riceverà le immagini trasmesse dalla capsula durante il suo transito intestinale. La capsula è monouso, ha dimensioni simili a quelle di una compressa, ed è dotata di una o due microcamere, a seconda del modello e della finalità diagnostica. Una volta ingerita, la capsula inizia il suo percorso lungo il tratto gastrointestinale, acquisendo immagini per circa dodici ore. Il giorno successivo, il paziente riconsegna il registratore al Centro, dove i dati vengono scaricati e analizzati.
A quel punto che succede?
A quel punto inizia la fase più impegnativa: la revisione completa delle immagini acquisite. Ogni esame dura in media dodici ore e richiede un’analisi attenta e sistematica, finalizzata a identificare anche i minimi dettagli rilevanti in relazione al quesito clinico.Si tratta, di fatto, di una vera e propria “videoregistrazione” del tratto intestinale, che offre una panoramica completa dell’intestino. È una fonte preziosa di informazioni, che può fare la differenza nella diagnosi e nella gestione di molte patologie. L’interpretazione richiede competenze specifiche e un notevole impegno in termini di tempo e risorse.
Alla luce della sua esperienza, cosa vede nel futuro delle cure alle M.I.C.I.?
Credo che il futuro delle cure per le malattie infiammatorie croniche intestinali debba basarsi su un’integrazione sempre più stretta tra competenze cliniche e innovazione tecnologica. Il numero dei pazienti è in costante aumento, e con esso la necessità di risposte tempestive e personalizzate. La tecnologia ci offre strumenti sempre più avanzati per migliorare l’accuratezza diagnostica, la tempestività delle decisioni terapeutiche e il monitoraggio continuo della malattia. Tuttavia, questo progresso deve andare di pari passo con la valorizzazione delle competenze specialistiche e della dimensione umana della cura. Nel trattamento di patologie croniche come le M.I.C.I., il rapporto medico-paziente resta un elemento centrale: ascolto, continuità e attenzione alla qualità di vita sono aspetti che nessuna tecnologia potrà mai sostituire.
