Cura delle M.I.C.I, una sfida costante

Il dottor Andrea Geccherle, dopo aver ricoperto il ruolo di responsabile del Centro Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino IBD Unit dell’Ospedale IRCSS Sacro Cuore di Negrar per vent’anni, dal primo gennaio di quest’anno collabora come consulente. In questa intervista racconta il suo nuovo ruolo e traccia una panoramica sullo stato dell’arte nella cura e nel trattamento delle M.I.C.I.

Andrea Geccherle ci riceve nel suo studio con la consueta cortesia, tra una visita e l’altra, senza sottrarre tempo ai suoi pazienti. Nonostante il cambio di ruolo, da responsabile a consulente, prosegue l’attività ambulatoriale all’interno dell’IBD Unit di Negrar che resta il fulcro del suo lavoro in aggiunta all’attività di supporto a livello gestionale che svolge presso il Centro.

Di cosa si occupa oggi e quale è il suo ruolo all’interno dell’IBD Unit di Negrar?

Il mio compito principale ora che sono consulente è quello di supportare e affiancare la dottoressa Angela Variola che è la nuova responsabile nelle attività di gestione del Centro. Dal punto di vista clinico, non ci sono dubbi che la dottoressa Variola abbia tutte le qualità e le competenze per svolgere il suo ruolo senza problemi e lo sta dimostrando, dove posso dare un contributo è sul lato dell’esperienza gestionale. Dalle questioni burocratiche a quelle amministrative, dai rapporti con le Istituzioni, tra cui la Regione Veneto, a quelli interni con le altre unità operative dell’ospedale. In sintesi, metto a disposizione l’esperienza di quarant’anni di lavoro all’interno del Sacro Cuore, di cui venti dedicati alle IBD, e cerco di sollevare un po’ i miei colleghi dal peso degli aspetti meno noti della nostra professione di medici.

Quali sono questi aspetti?

Oltre a quelli burocratici, amministrativi e Istituzionali, che ho citato prima, ci sono anche quelli delle relazioni con tutti i membri della rete con cui si lavora. Il Centro IBD Unit è diventato nel corso di due decenni, un centro multidisciplinare dove sono coinvolte moltissime realtà operanti all’interno dell’Ospedale: dalla radiologia alla chirurgia, dall’oculistica alla reumatologia, dall’anatomia patologica alla dermatologia. Uno dei miei obiettivi è quello di trasferire, giorno dopo giorno, questo bagaglio di esperienze e conoscenze ai miei colleghi. Aspetti che si aggiungono all’operatività quotidiana dei medici e che non sono sempre semplici da gestire.

Si percepisce che il ruolo del medico gastroenterologo all’interno della IBD Unit si è evoluto, come?

Si è evoluto e si è delineato. La professione medica è dinamica per definizione, nel caso specifico stiamo parlando di una realtà che non esisteva e che oggi si colloca come centro di eccellenza. Il numero di pazienti assistiti è cresciuto enormemente. Fattori che chiamano i medici ad una sempre più alta formazione e specializzazione, oltre che ad un impegno rilevante dal punto di vista del lavoro quotidiano: visite, diagnosi, piani terapeutici. Vent’anni fa, quando abbiamo iniziato potevamo contare solo su cortisone e su azatioprina, oggi disponiamo di una risposta terapeutica molto più ampia ed efficace, a cominciare dai farmaci biologici. Di contro, queste patologia sono in crescita e colpiscono sempre più i giovani, raggiungendo numeri preoccupanti e chiamando i medici a sforzi sempre più pesanti in termini di presenza e risposta.

Come si spiega questo aumento in giovane età?

Difficile spiegarlo, ci sono dei fattori favorenti come l’alimentazione, lo stile di vita, l’inquinamento ambientale, lo stress e i crescenti disagi psicologici in età adolescenziale e tardo adolescenziale. Così come il crescente incremento delle malattie autoimmuni, i problemi legati al sistema immunitario. Non sempre, però, è possibile risalire alle vere cause dell’esordio della malattia infiammatoria cronica intestinale che resta ignota, seppur riconducibile ad una certa familiarità e ad alcuni tratti comuni che, ad oggi, non risultano emergere come determinanti. La ricerca sta proseguendo anche in questo senso e non è detto che non si arrivi ad una conclusione ma ci vorrà del tempo.

Che cosa si potrebbe fare subito?

Redigere un Registro Nazionale dei Malati di Colite ulcerosa e Malattia di Crohn. Sarebbe un passo fondamentale e utilissimo. Innanzitutto per stabilire con certezza i numeri che interessano queste patologie e, ancor più importante, per conoscere meglio la malattia stessa, per poter utilizzare i dati raccolti per valutare, sorvegliare e prevenire, per programmare la risposta sanitaria e per verificare l’efficacia delle misure adottate. Incrociare questi dati e valutarli con l’aiuto dei sempre crescenti e più efficaci sistemi informatici potrebbe fornire ai medici curanti un aiuto determinante, abbreviare le tempistiche di diagnosi e di risposta alla patologia. Accrescere la condivisione e il bagaglio esperienziale collettivo.

Ripercorrendo questi vent’anni cosa vede oggi e cosa immagina ci sarà domani?

Vedo vent’anni di lavoro durante i quali da un’intuizione è nato un Centro di eccellenza specializzato nella cura e nel trattamento della colite ulcerosa e della malattia di Crohn. Un percorso destinato a cambiare e rivoluzionare la vita di tanti pazienti che non avevano un luogo e un punto di riferimento per curarsi e che oggi è realtà. In futuro vedo medici sempre più specializzati e preparati ma anche capaci di interagire ad un livello multidisciplinare, pronti a considerare il paziente nella propria specificità, coadiuvati da proposte terapeutiche sempre più efficaci e capillari, tarate su misura per ogni singolo individuo. Le sfide non finiranno e ci si dovrà far trovare pronti.