Il dottor Alberto Zorzi, gastroenterologo, fa parte del team del Centro IBD Unit di Negrar da quasi un anno. Dopo la specializzazione ha proseguito il suo percorso professionale dedicandosi alle malattie infiammatorie croniche dell’intestino. In questa intervista spiega quanto sia importante, al giorno d’oggi, esercitare la professione medica in un centro d’eccellenza e raggiugnere una iper specializzazione in un settore della medicina. Nel suo caso la malattia di Crohn e la rettocolite ulcerosa.
Il dottor Alberto Zorzi ha la carica propria di chi si trova di fronte ad un nuovo inizio, ma non si lascia tradire da emozioni e facili entusiasmi. Ha le idee chiare su quello che deve essere il percorso di un giovane medico e del valore che sta cogliendo lavorando in un centro di eccellenza a contatto con colleghi di altissimo profilo.
Dottor Zorzi, come arriva a lavorare al Centro IBD di Negrar?
È stato un naturale proseguimento del mio percorso di specializzazione. Avendo scelto infatti la branca della gastroenterologia come indirizzo, uno degli ospedali inclusi negli istituti per maturare la specializzazione era proprio il Sacro Cuore di Negrar dove ho avuto un primo approccio con le malattie infiammatorie croniche dell’intestino e si sono create le condizioni per una collaborazione futura che poi si è concretizzata.
Amore a prima vista?
Un colpo di fulmine o, forse, sarebbe meglio dire che mi sono trovato nell’occhio del ciclone (sorride, ndr). Essere catapultato da specializzando in un centro di eccellenza ad altissima specializzazione con colleghi così capaci, preparati ed esperti è stata un’esperienza forte che però si è rivelata un’opportunità immensa e stimolante che ho voluto fortemente cogliere. Avere la possibilità di formarsi e specializzarsi in modo così specifico e di farlo accompagnato da grandi medici che non mi fanno mai sentire solo è un privilegio che vivo quotidianamente. Sono onorato di avere avuto questa opportunità e molto felice della scelta che ho fatto.
Ha menzionato l’iper specializzazione in ambito medico, che cosa intende?
Ritengo sia il futuro della professione medica. Ed in parte è già il presente. Le informazioni di cui disponiamo, le variabili, le possibilità diagnostiche, il numero di pazienti, le conoscenze che dobbiamo avere, la formazione continua, sono tutti fattori che stanno aumentando esponenzialmente. Pensare di essere in grado di occuparsi di tutto lo scibile che riguarda la gastroenterologia, ad esempio, sarebbe presuntuoso. Noi medici dobbiamo essere in grado di comprendere la situazione, dialogare con i colleghi e occuparci di ciò che fa parte del nostro bagaglio esperienziale e conoscitivo. Ed è ciò che ho trovato nel Centro IBD Unit di Negrar dove ci sono medici preparatissimi nel loro campo che operano in sinergia con specialisti di altre branche della medicina all’interno di un team multidisciplinare.
Di che cosa si occupa all’interno del team?
La mia attività si estende da quella ambulatoriale a quella endoscopica, dove mi alterno con la dottoressa Alessia Todeschini. Eseguo visite e colloqui con i pazienti e gli esami clinici. Ogni giorno è una sfida perché possono esserci casi di routine che vengono affrontati con la consueta attenzione e scrupolosità ma non rappresentano particolari incognite, poi però capita il caso complesso in cui bisogna approfondire, indagare e fornire risposte per il bene del paziente.


Negli ultimi anni, i casi di IBD sono in forte crescita. Che spiegazione si dà?
È complicato dare un’unica spiegazione al problema. Non ce n’è una specifica. Ci sono molti fattori che concorrono a questi numeri. È cresciuta la popolazione e, statisticamente, anche le patologie, è aumentata la capacità diagnostica e quindi ciò che rimaneva sommerso ieri, oggi è alla luce del sole. Ci sono anche fattori ambientali che possono favorire l’insorgere di queste patologie in chi ha familiarità. È sempre bene ricordare, però, che se decenni fa scoprivamo un caso su venti, oggi la percentuale è salita significativamente.
Quali sono, secondo la sua esperienza, i temi più cari ai pazienti?
Sono due: l’alimentazione e la cronicità, quest’ultima soprattutto per i pazienti in giovane età. Nel primo caso, dobbiamo fare molta attenzione affinché il paziente non ecceda in iperattuazione della dieta, il che significa che si privi di talmente tanti alimenti da rischiare di risultare denutrito come accade e non di rado. Nel secondo caso, invece, si tratta di aspetti più psicologici, affrontare una diagnosi di malattia cronica quando si è giovani è dura. Quel “per tutta la vita” è un brutto colpo per il paziente, fortunatamente non mancano gli strumenti di sostegno psicologico oltre che clinico.
Cosa comporta lavorare in un centro specialistico di eccellenza?
Gli standard sono elevatissimi e le risposte devono essere altrettanto elevate. È impegnativo e stimolante. Il patrimonio di casi e informazioni che abbiamo a disposizione per ogni singolo paziente è un valore inestimabile. Poter sapere in tempo reale, chiedendo ad un collega, se quel dato farmaco ha prodotto effetti collaterali e come sono stati gestiti, ad esempio, è un vantaggio enorme per il medico e ancor di più per il paziente. Essere a conoscenza di che cosa mi posso aspettare in anticipo da una caso clinico è un bagaglio dal valore culturale, esperienziale e prativo inestimabile.
Si parla molto di nuove tecnologie, come le vede nel futuro della medicina?
Avranno un ruolo sempre più centrale nelle attività di supporto quali sintesi e archiviazione dei dati, reperibilità delle informazioni, velocizzazione dei processi. Un aiuto che non sostituirà però la pratica interpretativa del medico curante. L’obiettivo è arrivare a sempre meno cure ma sempre più efficaci per ogni singolo caso. In questo Centro ci si avvicina molto a quel concetto di medicina di precisione che rappresenterà il futuro di questa scienza e che un giorno ci permetterà di avere una terapia esclusiva per Tizio Caio, elaborata esclusivamente per lui e le sue caratteristiche e quindi molto più efficace.
La sua soddisfazione più grande?
L’aspetto più importante per me è sentirmi parte di un Centro che è un punto di riferimento per queste patologie. Sapere che un paziente IBD, ovunque si trovi, sa di poter contare sul nostro supporto mi riempie di soddisfazione. La consapevolezza che si sentono al sicuro e che sanno a chi potersi rivolgere per un consiglio, un dubbio, una paura o, purtroppo, talvolta per un problema grave e trovare risposte è gratificante. Ci sono pazienti che frequentano il Centro IBD Unit di Negrar praticamente da quanto è nato, la loro storia clinica è un libro aperto per noi e questo fattore rappresenta un motivo di grande serenità per loro. Vedere il processo di remissione della malattia in un paziente, seguirlo per mesi o per anni, parlarci e agire per il suo bene, trasforma il rapporto medico paziente in una relazione umana.

