Le sentinelle della salute

Paola Signoretto da quindici anni lavora all’Ospedale Sacro Cuore di Negrar e da cinque fa parte dello staff del Centro IBD Unit come IBD Nurse. In questa intervista racconta la sua professione di infermiera, l’importanza di questo ruolo e l’evoluzione che ha subìto in questi anni.

Una professione delicata

Paola Signoretto emana un’energia contagiosa, solare e professionale, sostiene la causa delle sentinelle della salute, come affettuosamente definisce infermiere e infermieri. Dietro un vezzeggiativo, infatti, si cela una professione difficile e delicata che richiede preparazione, studio, professionalità, esperienza e che è sempre più centrale nel dare risposte al paziente.

Come arriva a collaborare con il Centro IBD Unit di Negrar?

Ho conseguito la laurea triennale in Scienze Infermieristiche presso l’Università di Verona, sono iscritta all’Albo professionale, e poi ho cominciato ad esercitare la professione di infermiera. Attualmente sto frequentando un Master di specializzazione presso l’Università di Parma per conseguire il titolo di Case – Care Manager. Sono quindici anni che lavoro all’Ospedale Sacro Cuore di Negrar, passando da geriatria a pediatria, senza dimenticare ortopedia. Da cinque anni faccio parte dello staff del Centro IBD Unit di Negrar.

Cosa ha portato con sé delle esperienze precedenti e cosa si prefigge di ottenere con questo Master?

Le esperienze in geriatria e pediatria sono state toste, formative, impegnative e soddisfacenti. Durante queste due esperienze ho potuto analizzare a valutare i bisogni di questi pazienti, che pur essendo cosi diversi, hanno molte caratteristiche in comune, come ad esempio la fragilità, il senso di smarrimento e la necessità di un caregiver. Credo di aver capito cosa significhi “l’empatia” nei confronti del paziente e, fattore altrettanto importante, anche con il parente caregiver che spesso si trova solo nell’affrontare situazioni complesse e dolorose. Il Master che sto frequentando mi permetterà di aggiungere abilità al mio profilo professionale. Il Case – Care Manager è una figura relativamente nuova nel panorama ospedaliero italiano, di derivazione anglosassone, è un professionista che si occupa della gestione del paziente più problematico, a trecentosessanta gradi, in particolare nei casi di patologie croniche.

Come è cambiata il lavoro di infermiere in questi anni secondo la sua esperienza?

È cambiato molto. In primo luogo è cambiata la sanità, e di conseguenza il ruolo delle professioni sanitarie. In questo nuovo scenario, sono aumentate le prestazioni ambulatoriali, e ridotti i tempi di degenza ospedaliera per un ricovero. Nasce quindi la necessità di rilevare le priorità assistenziali, e di conseguenza la necessità di creare dei percorsi assistenziali centrati sul paziente, sui suoi reali bisogni. L’infermiere non è più un mero esecutore delle disposizioni del medico come un tempo quando si occupava, ad esempio, esclusivamente della somministrazione dei farmaci, delle iniezioni, delle flebo e delle medicazioni. Oggi è parte integrante del processo terapeutico e collabora attivamente con il medico. Un ruolo che prevede competenze specialistiche, responsabilità e formazione, cercando di ottimizzare i tempi di cura e di educazione al paziente.

In che cosa differisce nella quotidianità?

Innanzitutto con l’inclusione, a cominciare dalle riunioni del team multidisciplinare a cui partecipiamo, durante le quali diversi specialisti (chirurgo, radiologo, anatomo patologo, discutono i casi dei pazienti più complessi. Siamo le prime persone che i pazienti vedono, siamo i primi a cui spesso si rivolgono per manifestare e trasmettere sensazioni e informazioni. Siamo noi infermieri a eseguire il primo triage al paziente. Al paziente viene fatto compilare un questionario relativo al benessere. Attraverso la valutazione di quest’ultimo, in collaborazione con il medico, definiamo la necessità o meno di eseguire la visita medica o la valutazione infermieristica. La lettura e la scrittura dei dati, ad esempio degli esami del sangue o delle feci, soprattutto confrontati con quelli precedenti, possono rivelare stati infiammatori e valori non conformi. Queste informazioni vengono trasmesse al medico che in base alle segnalazioni, li controlla e verifica per decidere come agire. In alcuni casi si prosegue con la terapia, in altri la si sospende per affrontare la situazione.

Diamo i numeri: quante risposte date di media?

Sommando tutte le azioni e le risposte, mediamente sono venti al giorno, il che significa che venti persone quotidianamente vengono monitorate dagli infermieri e visitate dai medici e ai quali vengono somministrate le terapie tramite infusioni, iniezioni sottocutanee o terapie orali. Quindi cento a settimana. Più di quattrocento al mese.

Riassumendo, l’infermiere oggi deve avere: competenza, attenzione e capacità di interpretazione delle informazioni?

Sì, dobbiamo in primis conoscere il paziente, la sua storia. Essere in grado di comprendere e gestire le informazioni che arrivano dal paziente e dagli esami clinici eseguiti. Dalle più semplici come quelle relative al peso corporeo alle più complesse come i valori della calprotectina fecale o del PCR o degli esami del sangue. Siamo tenute a segnalare al medico eventuali anomalie, il numero di scariche, la presenza di sangue nelle feci, febbre o dolori addominali, complicanze e in generale il benessere percepito dal paziente. Tutto viene inserito nella scheda paziente che sarà poi a disposizione del medico. In questo senso siamo un po ‘come delle sentinelle della salute dei pazienti IBD.

Una piccola grande rivoluzione nel ruolo dell’infermiere. L’IBD Nurse che cos’è e cosa fa?

Sì, c’è stata negli ultimi anni una piccola grande e virtuosa rivoluzione nella professione infermieristica. L’IBD Nurse è la concretizzazione di questo cambiamento, un percorso ancora in atto che vedrà l’infermiere sempre più attivo e presente nella vita del paziente. Dalla valutazione dell’aderenza alla terapia orale mediante sms ai pazienti alla valutazione delle tempistiche dell’esecuzione di una colonscopia, rettoscopia o enteroRMN. Dalla preparazione della lista pazienti quotidiana alla collaborazione con i data manager sugli studi clinici, dall’identificazione dei pazienti arruolabili allo studio dei protocolli sperimentali; passando per l’esecuzione dei parametri vitali e i prelievi.

Quale sarà il futuro della professione all’interno dell’IBD Unit secondo la sua esperienza?

Sempre più partecipazione ad incontri multidisciplinari; riunioni mensili tra infermieri e medici dell’ambulatorio; riorganizzazione delle liste dei pazienti per ottimizzare le risorse. L’organizzazione di incontri su argomenti maggiormente sentiti dai pazienti: gravidanza, alimentazione, vaccinazioni, per citarne ancora. La formazione continua: frequento dai tre ai quattro corsi all’anno per incrementare le mie competenze. Oltre a questo c’è l’annuale ritrovo di categoria con tutti gli infermieri d’Italia che quest’anno si terrà a novembre a Riccione che annovera momenti di confronto e scambio di esperienze fondamentali per la professione. Così come ECCO il congresso annuale organizzato dall’European Crohn’s and Colitis Organisation che è un evento di levatura internazionale. Ogni infermiere quindi, ha una propria responsabilità, nella consapevolezza di individuare i propri bisogni formativi specifici, relativamente al contesto nel quale è inserito. Essenziale sarà anche la collaborazione con altri centri specialistici per confrontarsi vicendevolmente su tematiche nuove o che necessitano di una condivisione.

Cosa si prefigge individualmente?

Il mio desiderio è quello di continuare a far parte del team del Centro, di esserne parte integrante. Evolvendomi professionalmente. Il Master che sto seguendo fa seguito a questo proposito. In futuro, se sarà possibile, mi piacerebbe seguire maggiormente la parte organizzativa e a contatto col paziente, accompagnarlo in tutte le sfaccettature del percorso terapeutico. La cronicità porta ad avere bisogno di punti di riferimento certi a cui affidarsi. Prendere in carico il paziente significa guidarlo nel percorso di cura, valutare i suoi bisogni e le priorità per il suo benessere.

La sua soddisfazione più grande?

La fiducia. Quella umana dei pazienti che si affidano, si confidano e si fidano di me, che chiamano e scrivono, mi cercano per un aiuto. È un aspetto estremamente motivante per me che mi fa superare le tante difficoltà e fatiche quotidiane. E non da meno la fiducia dei medici che mi gratifica e mi fa sentire realizzata professionalmente.